L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili,
delle carte, dei quadri che stipavano
un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto.
Forse hanno ciecamente lottato i marocchini
rossi, le sterminate dediche di Du Bos,
il timbro a ceralacca con la faccia di Ezra,
il Valèry di Alain, l’originale
dei Canti Orfici – e poi qualche pennello
da barba, mille cianfrusaglie e tutte
le musiche di tuo fratello Silvio.
Dieci, dodici giorni sotto un’atroce morsura
di nafta e sterco. Certo hanno sofferto
tanto prima di perdere la loro identità.
Anch’io sono incrostato fino al collo se il mio
stato civile fu dubbio fin dall’inizio.
Non torba m’ha assediato, ma gli eventi
di una realtà incredibile e mai creduta.
Di fronte ad essi il mio coraggio fu il primo
dei tuoi prestiti e forse non l’hai saputo.
Eugenio Montale, poesia dalla raccolta “Satura” (1971) (alluvione di Firenze del ‘66). Ciò che l’alluvione distrugge, più delle cose materiali, è l’illusione sul valore della società in cui si vive. Gli oggetti personali si scoloriscono, si deformano, vengono distrutti, e con loro anche i ricordi e le sensazioni che portavano con se.
-
pocodopoknef liked this
-
skiribilla liked this
-
addictions reblogged this from alenoir
-
alenoir posted this



